I fablab al centro della rivoluzione culturale e tecnologica

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Fablab Olivetti
Fablab Olivetti

Fablab è l’acronimo di Fabrication Laboratory e semplificando possiamo immaginarci questo “laboratorio” come un’officina digitale in cui l’innovazione è il pane quotidiano. Ovviamente quello di semplificare il tutto associando un fablab ad un’officina digitale è solo il primo passo per far capire al lettore di cosa stiamo parlando: un posto fisico che non ha una funzione precisa ma che può adattarsi ad ogni tipo di ricerca, studio e attività imprenditoriale. Solo da qualche anno il termine fablab è stato importato in Italia direttamente oltre-oceano e più precisamente tale concetto è stato sviluppato nel MIT, presso il Center for Bits and Atoms. Infatti, in America e nel resto dell’Europa di laboratori in cui si studia e si “fa innovazione” se ne trovano quasi in ogni città. Numerosissimi sono i centri di aggregazione in cui si può trovare una stampante 3D piuttosto che una macchina a taglio laser. E in questi stessi posti, sempre più frequentati, si tengono corsi di formazione proprio per poter utilizzare, per passione o anche per lavoro, macchinari che fino a qualche anno fa potevamo solo immaginare oppure ammirare in qualche film di fantascienza. Se prima ci si immaginava la realtà virtuale sullo stile de “il tagliaerba”, ora con l’oculus rift è possibile provare le stesse sensazioni. Allo stesso modo con la stampante 3D capace di ricostruire strato per strato un oggetto, proprio come quando nei film di James Bond la spia per eccellenza ricostruiva la faccia del proprio nemico. Ma perché qualcuno pensa che per ritornare a competere in Italia abbiamo bisogno di aprire quanti più fablab è possibile? Semplicemente perché in Italia non si fa più innovazione e abbiamo necessariamente bisogno di ripartire. Un esempio dell’arretratezza italiana nel campo del digitale lo si trova nel numero dei siti delle società italiane e in particolare nel loro utilizzo. Infatti sono quasi imbarazzanti i numeri delle società che oggi non hanno un sito internet o non esistono dal punto di vista del virtuale. E come si può riacquistare il ruolo di leader se non esistiamo lì dove i clienti si stanno spostando e cioè l’e-commerce? Allo stesso modo, come riusciamo ad essere competitivi con il resto del mondo se abbiamo una classe dirigente che a malapena riesce ad avviare un pc? Oggi osserviamo un mondo a due velocità: c’è chi corre e utilizza tutte le nuove tecnologie per migliorare, far crescere i suoi prodotti e servizi e poi c’è chi si chiude nel proprio microcosmo e partecipa ad una guerra di potere che inevitabilmente vedrà tutti sconfitti. Ritornando ai fablab, non è un caso che in India, paese considerato in via di sviluppo fino a qualche anno fa, ogni giorno c’è la nascita di nuovi centri di aggregazione tecnologica in cui le nuove generazioni si confrontano, elaborano e realizzano nuove soluzioni. Non è un caso che dall’India si sta affermando un nuovo gruppo di innovatori che pian piano sta prendendo e gestendo le redini dell’imprenditoria indiana. L’India sta investendo nella realizzazione della macchina elettrica con l’obiettivo di essere leader quando, tra qualche anno, tutti saranno consapevoli che i combustibili fossili non potranno più essere utilizzati e sarà ancora più impellente la necessità di sfruttare nuove fonti di energia, più pulite e soprattutto non in esaurimento. La FIAT invece? Oltre a demoralizzare, per interesse di pochi, è ancora convinta che il petrolio abbia vita lunga e quando inizierà ad affacciarsi al mercato delle energie rinnovabili si ritroverà, casomai, un’India che, grazie ai continui fallimenti, sarà esperta della materia e sicuramente leader del nuovo settore industriale. Ma cosa c’entra tutto questo con i fablab? I fablab sono il punto di partenza da cui una nuova generazione può iniziare a prendere possesso delle nuove tecnologie e utilizzarle per la crescita dell’individuo e della comunità. Il problema è che in Italia questo messaggio ancora non è chiaro. Ancora non è chiaro che per essere competitivi al pari delle altre nazioni europee si deve investire nella cultura, nella formazione e nelle nuove tecnologie.  Questa miopia la si evince proprio dall’esiguo numero di fablab italiani, a stento superano la sessantina, e al sud forse non se ne trovano nemmeno  dieci. Nel resto dell’Europa i fablab si aprono nelle scuole e coinvolgono così tanto i ragazzi al punto che questi non vogliono tornare a casa; in Italia ci si affida alle piccole isole felici che con grande sacrificio cercano di tenere aperti quanto più tempo  possibile questi piccoli laboratori in cui si può coltivare e far crescere la speranza di un’Italia e di un mondo migliore.

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